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Un anno di pandemia: l'impatto sul commercio

In provincia di Modena l'emergenza ha provocato crolli di ordini e fatturato ma non per le imprese esportatrici che sono riuscite a cavalcare la crisi contenendo i danni

Unioncamere Emilia-Romagna, nel corso dell'ultima indagine congiunturale svolta a gennaio-febbraio 2021, ha sondato la situazione del settore commercio al minuto dalla piccola alla grande distribuzione, in particolare relativamente ai contraccolpi subiti a causa della pandemia da Covid-19, con approfondimenti sulle diverse province.

Per quanto riguarda Modena emerge una situazione problematica con segnali di tenuta. Le imprese intervistate risultano ancora attive nel 96% dei casi, contro una media regionale del 98%.

L'impatto sugli ordinativi ricevuti è stato rilevante: da febbraio 2020 ad oggi il 28% delle imprese ha subito un crollo di oltre il 20%. Stessa quota percentuale per quelle che hanno registrato cali inferiori al 20%. Un ulteriore 26% dichiara stazionarietà, mentre per l'11% si sono avuti incrementi fino al 20% e per una quota del 6% l'aumento è andato oltre il 20%.

E' andata decisamente meglio per le imprese che esportano: la maggioranza (63%) registra ordini dall'estero stabili, mentre un 17% registra aumenti (non oltre il 20%). Un quinto delle imprese intervistate ha denunciato invece un decremento.

Anche la variabile fatturato mostra notevoli ripercussioni: la maggioranza delle imprese ha subito diminuzioni anche ingenti: oltre il 20% per il 31% delle imprese, inferiori per il 22% delle imprese; nel 29% dei casi tuttavia il fatturato è rimasto stazionario; fatturato in aumento per il 17% delle imprese.

In questo caso le imprese attive esportatrici del commercio sono riuscite a cavalcare la crisi azzerando i danni: per il 96% di esse infatti il fatturato è rimasto sugli stessi livelli pre-pandemia.

Per affrontare al meglio le nuove sfide imposte dall'emergenza sanitaria il 25% delle imprese commerciali ha cambiato la struttura organizzativa o le risorse umane, il 33% ha apportato delle modifiche nelle modalità di approvvigionamento, produzione e distribuzione dei prodotti.

Nonostante siano rimaste aperte, la maggioranza delle imprese ha dovuto ridurre l'attività (60%) mentre il 25% ha cambiato attività; una nota positiva è che c'è comunque una parte di imprese che è riuscita a incrementare l'attività (15%).

La riduzione generalizzata delle produzioni ha ovviamente creato problemi anche nella catena delle forniture, che nel 42% dei casi sono state rallentate e per il 10% delle imprese addirittura interrotte. A fronte di un tale impatto il 36% degli imprenditori ha sostituito alcuni fornitori per proseguire l'attività mentre il 9% ha risolto i problemi di approvvigionamento producendo in proprio.

Sul fronte occupazionale, il 39% delle imprese ha fatto ricorso a cassa integrazione, ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno d'emergenza; solo il 4% ha attivato o attiverà smart working o altre nuove modalità di lavoro; l'11% ha dovuto ridurre l'organico, nell' 1% per cento dei casi non rinnovando i contratti in scadenza mentre nel 4% dei casi sono state posticipate o annullate le assunzioni previste.

Sul fronte finanziario, nei primi sei mesi del 2020, l'80% delle imprese è riuscito ad adempiere agli impegni assunti con le banche. Il restante 20% si è trovato in difficoltà e, nel 14% dei casi ha aderito agli accordi ABI-Associazioni di impresa per la moratoria dei prestiti.

In base alle risposte del sondaggio, inoltre, risulta che 80 aziende su 100 hanno onorato i debiti verso i fornitori; nel 10% dei casi si sono invece registrati ritardi e nel restante 10% inadempienze.

Sul fronte della clientela, nel 74% dei casi le imprese sono state pagate puntualmente, nel 14% si sono registrati ritardi, e nel 12% dei casi alcuni clienti hanno sospeso i pagamenti.