Le tensioni internazionali frenano la ripresa iniziata negli ultimi mesi del 2025

Nel primo trimestre del 2026 sono in calo le esportazioni, frenano l'industria manifatturiera e il commercio. Gli approvvigionamenti di materie prime e gli aumenti dei prezzi dei combustibili fossili le principali sfide per le imprese modenesi

Nei primi mesi del 2026 l'economia regionale ha subito una battuta d'arresto a causa delle tensioni internazionali. Si è interrotta pertanto la piccola ripresa verificatasi a fine 2025 portando ad un andamento stabile sia delle esportazioni regionali che della produzione industriale.

Modena ha risentito particolarmente di questa crisi: le esportazioni complessive sono diminuite del 4,0% rispetto al quarto trimestre del 2025 e del 2,7% tendenziale. Sono in calo quasi tutti i settori produttivi, in particolare il tessile abbigliamento (che comunque era già in crisi da diversi anni), il biomedicale e i mezzi di trasporto. La ceramica e le macchine e apparecchi meccanici mostrano diminuzioni più contenute. Solamente il settore agroalimentare non presenta difficoltà, rimanendo in crescita del 3,7%.

Le esportazioni rimangono stabili verso i paesi del nucleo storico dell'Unione Europea, mentre risultano in crescita verso gli ultimi 13 paesi entrati nella UE e verso i paesi europei non appartenenti alla UE. Tutte le altre zone mondiali perdono terreno, in particolare il Medio Oriente, l'Asia, trainata in basso dalla Cina che perde il 30,6% e l'America Centro Sud.

Tra la top ten dei paesi verso cui sono dirette le esportazioni modenesi spicca la diminuzione di export verso gli Stati Uniti (-11,0%), che, nonostante ciò, rimangono in prima posizione. Gli altri decrementi sensibili riguardano la Spagna e il Belgio. Risultano invece in notevole crescita la Svizzera (+20,0%) e il Giappone.

Nonostante la battuta d'arresto, Modena rimane in nona posizione nella classifica delle province italiane, le prime dieci mostrano tutte diminuzioni, tranne Firenze ed Arezzo che sono in sensibile crescita grazie alla rivalutazione dell'oro, prodotto di punta del loro export.

Per una provincia come Modena, in cui quasi il 60% del valore aggiunto deriva dall'export, risulta molto importante l'andamento dei mercati esteri; infatti, gli effetti della flessione nei mercati esteri si ripercuotono anche nei risultati dell'indagine congiunturale di Unioncamere Emilia-Romagna. Nel primo trimestre del 2026 la quota di imprese manifatturiere che dichiara una diminuzione di produzione sia rispetto al trimestre precedente, sia rispetto ad un anno fa, è pari all'incirca al 40%, dato superiore alla media regionale. Nonostante ciò, rimane positivo l'incremento tendenziale della produzione. Il fatturato segue all'incirca lo stesso andamento. Da notare come il fatturato estero sia in leggero calo (-0,6%), le quote di imprese sono polarizzate fra aumento e diminuzione, solamente un quarto di esse dichiara stabilità.

Le imprese delle costruzioni per la maggior parte manifestano un andamento stabile sia della produzione che del fatturato, tuttavia pochissime imprese registrano un aumento, mentre circa il 30% sono in diminuzione.

L'andamento delle vendite delle imprese del commercio rispetto ad un anno fa appare in calo (-1,0%), ma le quote di imprese sono suddivise equamente tra incremento e diminuzione, solamente un quarto di esse appare stabile. Risulta peggiore il confronto con il quarto trimestre del 2025: in questo caso sono pari le imprese che dichiarano diminuzione e stabilità e solamente il 9% segnala un incremento delle vendite.

L'approfondimento contenuto nell'indagine congiunturale dell'Unioncamere Emilia-Romagna evidenza le cause principali delle difficoltà incontrate dalle imprese della provincia nel primo trimestre del 2026, gran parte di esse riguardano il commercio con l'estero; pertanto, impattano maggiormente sulle imprese manifatturiere piuttosto che su quelle del commercio al dettaglio.

La sfida principale risulta l'aumento dei costi delle materie prime, segnalato da quattro quinti delle imprese manifatturiere e quasi dai due terzi delle imprese del commercio; il 20% delle imprese manifatturiere evidenzia inoltre la difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e l'instabilità dei mercati di sbocco, mentre per le imprese del commercio queste due ultime problematiche appaiono meno rilevanti. E' molto importante invece, per entrambi i settori, l'aumento dei costi energetici, che influisce negativamente per quasi due terzi delle imprese.

In effetti si possono già rilevare gli effetti di questi fenomeni sui prezzi: l'incremento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati è passato dal +0,8% di gennaio al +3,0% di maggio. Inoltre, osservando le importazioni, emerge una diminuzione sensibile nel primo trimestre del 2026, sia rispetto a dicembre 2025, sia rispetto al primo trimestre del 2025 (-14,4%), segno che le tensioni internazionali hanno influito sull'arrivo delle materie prime e delle merci.

Le imprese sono state intervistate anche sui dazi imposti dagli Stati Uniti, ovviamente le aziende manifatturiere risentono di maggiori ripercussioni: per il 12% di esse incideranno tantissimo, per un terzo mediamente, ma vi sono anche tante imprese (48%) per cui incideranno poco o per nulla. Nel commercio tale quota sale al 73% e solamente il 3% si aspetta ripercussioni rilevanti.

Fortunatamente queste sfavorevoli condizioni di mercato non hanno pesanti influenze sulle attività delle imprese, la cui maggioranza dichiara condizioni invariate per le assunzioni, la ricerca e sviluppo, l'internazionalizzazione e l'innovazione. Cambiano invece gli investimenti, che saranno in diminuzione per circa un terzo delle imprese.

Per superare questo periodo incerto, la maggioranza delle imprese auspica soprattutto incentivi fiscali da parte delle istituzioni pubbliche, interventi per la riduzione dei costi energetici e, quasi la metà, un sostegno finanziario diretto.

Superate queste sfide di breve-medio termine, l'analisi di Dataview a cura dell'Istituto Tagliacarne incentrata sulla demografia, mette in luce un problema di lungo periodo che caratterizza l'Italia: l'invecchiamento della popolazione. In questo caso la provincia di Modena mostra andamenti migliori della media italiana; tuttavia, emerge una bassa fecondità per donna (1,24), accompagnata da un indice di vecchiaia molto elevato a gennaio 2026, pari al 200,5%, cioè la presenza di un giovane tra i 0 e 14 anni ogni due anziani di oltre 65 anni. Tale indice si prevede che diventerà il 274,5% al primo gennaio 2050, cioè la presenza di quasi tre anziani per un giovane. Pertanto, Modena e l'Italia potrebbero perdere la spinta innovativa e produttiva date dalle giovani generazioni.

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pubblicato il 03/07/2026 ultima modifica 03/07/2026
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